Il gatto nella letteratura giapponese: da Sōseki a Murakami

Illustration of a black cat behind stacked books in a Japanese room.

L’11 marzo 889 un giovane imperatore giapponese si sedette e scrisse del proprio gatto. L’imperatore Uda descrisse il pelo color inchiostro, il modo in cui si arrotolava in un cerchio perfetto per dormire e il movimento silenzioso, paragonato a un drago nero sopra le nuvole. La pagina sopravvive in traduzione dal Kanpyō Gyoki, uno dei primi diari di corte giapponesi. È un memorabile ritratto antico di un animale domestico, non una data per l’arrivo dei gatti in Giappone. Dà il tono a ciò che segue. I gatti nella letteratura giapponese non sono quasi mai soltanto gatti. Sono osservatori, vie di fuga e ciò di cui la storia parla segretamente.

Indice

Dove cominciano i gatti nella letteratura giapponese

Uda dice che il gatto era stato donato al precedente imperatore da Minamoto no Suguru, funzionario di ritorno da Dazaifu, la regione portuale sudoccidentale che gestiva i contatti con il continente. Questa storia del dono non stabilisce dove fosse nato l’animale né ricostruisce l’introduzione dei gatti domestici nelle isole. Uda stesso paragona il proprio ad altri gatti: neppure la descrizione orgogliosissima pretende di possedere il primo del Giappone.

A rendere insolito il documento è il registro. Uda non compilava un inventario. Scriveva quel genere di cose che una persona scrive del proprio animale alle due di notte, e millecento anni dopo la grammatica emotiva non è cambiata. Per la metà più antica e strana del rapporto tra umani e gatti, il nostro articolo sui gatti nell’antico Egitto (in inglese) tratta il punto in cui divenne religione.

Il gatto senza nome di Sōseki e un classico moderno

Una pietra miliare della linea letteraria moderna comincia nel numero di gennaio 1905 di Hototogisu, rivista di haiku. Natsume Sōseki, allora docente di letteratura inglese, fu incoraggiato da Takahama Kyoshi a scrivere qualcosa. Produsse un breve testo narrato da un gatto che vive nella casa di un maestro dispeptico: doveva essere un solo capitolo, niente di più.

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Il breve testo previsto diventò un’opera molto più lunga. La bibliografia del museo memoriale di Sōseki data la serializzazione da gennaio 1905 ad agosto 1906. Il primo volume uscì per Okura Shoten e Hattori Shoten nell’ottobre 1905, prima che la pubblicazione a puntate fosse finita. Sōseki passò da accademico ad autore nazionale grazie a un gatto senza nome.

Cosa significa davvero «Wagahai wa Neko de Aru»

Gran parte della battuta è nel pronome iniziale, e un semplice titolo tradotto non può contenerla tutta. Wagahai è un pronome di prima persona dal registro grandioso e pieno di sé, lontano dalla modestia quotidiana che ci si potrebbe aspettare da un randagio senza nome. La frase si traduce «Io sono un gatto», ma il pronome la avvicina a «Io, qui sottoscritto personaggio di rilievo, sono un gatto». Subito dopo l’animale ammette di non avere un nome.

Lo scarto tra la voce e la creatura che la usa è il motore del libro. Il gatto ha libero accesso a una casa di intellettuali pretenziosi dell’era Meiji e nessun interesse nelle loro discussioni: è la perfetta macchina da presa satirica. È anche una lezione di narrazione di cui non ci si può fidare completamente, tecnica che analizziamo nella guida al narratore inattendibile (in inglese).

Il finale è cupo e comico insieme. Il gatto beve la birra avanzata da una festa domestica, si ubriaca, cade dalla veranda in una giara di terracotta per raccogliere l’acqua piovana, non riesce a uscire e smette di lottare. Gli ultimi pensieri sono una preghiera e la calma insistenza di essere felice. Un romanzo comico si chiude con un annegamento.

Il gatto vero e la tomba in giardino

Un animale reale c’era. Un randagio nero entrò in casa Sōseki quando lo scrittore aveva 37 anni e rimase, traslocando due volte con la famiglia fino alla residenza di Waseda Minami-chō. Morì il 13 settembre 1908. Sōseki mandò un annuncio funebre felino alla propria cerchia letteraria, lo seppellì in giardino e scrisse della perdita. Il museo conserva una cartolina di annuncio della morte inviata il 14 settembre 1908. Affetto e umorismo convivono: Sōseki dispensa gli amici dal partecipare perché è impegnato a scrivere Sanshirō. La morte reale contava, ma il romanziere non aveva improvvisamente perso la voce comica.

È difficile esagerare l’importanza di Sōseki in Giappone. Il suo ritratto compariva sulle banconote da 1.000 yen della serie emessa dal 1984. L’emissione cessò nel 2007, ma la Banca del Giappone le elenca ancora tra quelle valide. Un randagio senza nome è, indirettamente, sulla moneta nazionale.

Tanizaki scrisse un triangolo amoroso e lasciò vincere il gatto

Jun’ichirō Tanizaki pubblicò nel 1936 sulla rivista Kaizō il romanzo breve noto in inglese come A Cat, a Man, and Two Women, in italiano La gatta, Shōzō e le due donne. La premessa sembra una normale commedia domestica. Shōzō è preso tra Shinako, la moglie che è stato spinto a lasciare, e Fukuko, la donna più giovane che l’ha sostituita. La complicazione è Lily, una gatta dal mantello tartarugato.

Shinako vuole ottenere l’affidamento della gatta, intuendo correttamente che Shōzō ama Lily più di quanto abbia mai amato entrambe le donne. Le due donne lo capiscono. Shōzō lo capisce a metà. È una commedia di gelosia in cui l’unica parte dotata di vero potere romantico ha quattro zampe e nessun interesse per l’esito. Tanizaki, autore associato a ossessione e feticismo, punta tutto quel meccanismo su un animale domestico.

La città dei gatti: quando il gatto diventa una porta

Nel 1935 il poeta Hagiwara Sakutarō pubblicò Nekomachi, «La città dei gatti», rara incursione nel racconto di uno scrittore noto soprattutto per la poesia. Il narratore è un poeta ed ex consumatore di droghe che ottiene la sensazione del viaggio perdendo deliberatamente l’orientamento in strade familiari. Un giorno il trucco funziona troppo bene. Arriva in una città bella e ordinata, poi la popolazione si rivela composta da gatti. La traduzione inglese di Jeffrey Angles apparve per la prima volta nell’antologia del 2008 Modanizumu: Modernist Fiction from Japan, 1913–1938.

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Hagiwara non sta scrivendo una storia di animali. Scrive di una percezione che si allenta, e il gatto è il segnale che la realtà ha perso un ingranaggio. Lo colloca nel territorio della nostra spiegazione della weird fiction (in inglese). La tradizione weird in lingua inglese esisteva già nel 1935: è un confronto tra effetti letterari, non l’affermazione che Hagiwara abbia inventato il genere.

L’eco arriva 74 anni dopo. In 1Q84, Haruki Murakami dà a Tengo un viaggio in treno e una storia da leggere, «La città dei gatti», attribuita nel romanzo a uno scrittore tedesco inventato attivo tra le guerre. Un estratto uscì nel numero del New Yorker del 5 settembre 2011. Le due opere invitano al confronto attraverso le strane città feline. La somiglianza merita attenzione, ma da sola non dimostra che Murakami abbia preso il dispositivo da Hagiwara.

Murakami e il gatto che scompare sempre

Il rapporto di Murakami con i gatti precede la narrativa. Nel 1974, ancora universitario, aprì con la moglie Yōko il jazz café Peter Cat a Kokubunji, nella periferia occidentale di Tokyo, chiamandolo come il loro animale. Nel 1977 lo trasferirono a Sendagaya. Dentro c’erano gatti dappertutto: statuette sui tavoli e sul piano, immagini, sottobicchieri, scatole di fiammiferi. La biblioteca Haruki Murakami di Waseda lo descrive intento a scrivere il primo romanzo al tavolo della cucina del locale dopo la chiusura. Il bar appartiene alla storia pratica della scrittura, oltre che alla sua atmosfera.

Poi i gatti entrarono nei libri e cominciarono a sparire. L’uccello che girava le viti del mondo, pubblicato in Giappone in tre parti tra il 1994 e il 1995, si apre con un gatto scomparso che il narratore ha chiamato Noboru Wataya come il cognato che disprezza. La ricerca disfa un matrimonio, apre un pozzo asciutto e riporta alla luce un pezzo di storia bellica in Manciuria. In Kafka sulla spiaggia, Nakata, anziano che ha perso gran parte delle capacità mentali in uno strano episodio infantile, guadagna piccole somme trovando gatti smarriti perché sa parlare con loro. Le conversazioni sono le scene più normali di un romanzo in cui dal cielo piovono anche pesci.

Perché il gatto se ne va sempre per primo

Un modo utile di leggere questa mossa ricorrente è strutturale. Un gatto scomparso è un problema abbastanza piccolo da risultare credibile e abbastanza aperto da giustificare il vagabondaggio. Nessuno chiama la polizia, la ricerca non ha una scadenza né un territorio definito, e il protagonista può vagare per duecento pagine senza che la trama sembri pigra. Il gatto è la scusa che la storia cerca per perdersi. Per il vocabolario di ciò che Murakami fa alla realtà mentre il gatto è assente, il nostro confronto tra realismo magico e surrealismo (in inglese) distingue i termini che tanti recensori usano come sinonimi.

Il folklore sottostante: bakeneko, nekomata, maneki neko

Tutta questa stranezza non nasce dal nulla. Il folklore giapponese offre gatti che cambiano forma, parlano e turbano il confine tra compagno domestico e visitatore soprannaturale. Bakeneko è un nome ampio per un gatto trasformato o perturbante; nekomata è associato soprattutto alla coda biforcuta nell’immaginario più tardo e familiare. I dettagli variano tra racconti ed epoche. Non esiste un esame d’ammissione universale a tredici anni o 3,5 chili, né una regola sicura secondo cui uno sia solo dispettoso e l’altro sempre assassino. Il tuo gatto ha già abbastanza scappatoie.

Accanto all’orrore corre la fortuna. Il maneki neko, il gatto che invita con la zampa, è legato a diverse storie d’origine del periodo Edo. Nella versione del tempio Gōtokuji, Ii Naotaka segue l’invito di un gatto nel tempio, evita un temporale e ne diventa benefattore. È una tradizione del tempio, non la prova di un inventore unico per tutte le statuette. Lo stesso animale può rassicurare o minacciare: uno ti porta fortuna, un altro ti fa riconsiderare i rumori al piano di sopra. Per il ramo occidentale del contrasto, leggi la storia delle superstizioni sui gatti neri (in inglese).

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I romanzi giapponesi sui gatti conquistano il mondo

Un’ondata successiva ha portato storie feline più quiete ai lettori di tutto il mondo. Il poeta Takashi Hiraide ha scritto The Guest Cat, noto in italiano come Il gatto venuto dal cielo, breve romanzo su una coppia in una casetta in affitto a Tokyo e il gatto dei vicini che li adotta alle proprie condizioni. Ha vinto il premio letterario Kiyama Shōhei, è stato un bestseller in Francia ed è entrato nella classifica del New York Times nella traduzione inglese di Eric Selland per New Directions.

The Travelling Cat Chronicles di Hiro Arikawa, Cronache di un gatto viaggiatore, segue Nana e il suo umano per il Giappone in un furgone argentato; Philip Gabriel lo ha tradotto in inglese. If Cats Disappeared from the World di Genki Kawamura, Se i gatti scomparissero dal mondo, tradotto in inglese da Eric Selland, immagina un morente cui viene offerta vita in più in cambio della scomparsa di alcune cose. Condividono compagnia felina e domande sulla perdita, ma ci arrivano da strade molto diverse.

Questi libri fanno spazio ad affetto quotidiano, umorismo e lutto. «Quieto» non significa privo di trama, conflitto o sfogo emotivo, ed è troppo semplice trattare ogni romanzo giapponese sui gatti come una sola ricetta nazionale. L’attenzione all’impermanenza si può leggere accanto al wabi-sabi (in inglese), ma è una lente interpretativa, non la spiegazione delle intenzioni di ogni autore.

Come leggere i gatti nella letteratura giapponese

Un’abitudine utile: chiedersi cosa possieda il gatto che manca al narratore umano. In Sōseki è il distacco, la libertà di guardare una stanza di uomini intelligenti e trovarli ridicoli. In Tanizaki è essere amati senza sforzo. In Hagiwara è appartenere all’altro lato della membrana. In Murakami è poter andarsene senza spiegazioni, l’unica cosa che i suoi uomini non possono fare. Nei romanzi successivi è la compagnia resa più preziosa dalla possibilità di perderla.

Un ordine di lettura che segue il ragionamento, non il calendario: Io sono un gatto per la voce, La gatta, Shōzō e le due donne per la commedia, «La città dei gatti» per la vertigine, L’uccello che girava le viti del mondo per la scomparsa, Il gatto venuto dal cielo per la quiete. Cinque libri, un animale, un secolo di narrativa che usa la stessa creatura per dire cinque cose diverse. Internet ha poi portato il gatto giapponese altrove, come mostra la storia di Longcat (in inglese), ma la linea letteraria era arrivata prima.

Domande frequenti

Qual è il romanzo felino più famoso della letteratura giapponese?

Io sono un gatto di Natsume Sōseki, pubblicato a puntate su Hototogisu da gennaio 1905 al 1906. Lo narra un gatto domestico senza nome che osserva una cerchia di intellettuali Meiji, e rese Sōseki una figura nazionale. Doveva essere un singolo capitolo autonomo, finché la richiesta dei lettori lo trasformò in romanzo.

Perché i gatti compaiono così spesso nei libri di Haruki Murakami?

In parte biografia, in parte struttura. Dal 1974 Murakami gestì a Tokyo un jazz bar chiamato Peter Cat come il proprio animale. Nella narrativa, un gatto scomparso è un problema a bassa posta in gioco che autorizza ricerche lunghe e senza direzione: una lettura utile delle ricerche e dell’incertezza nei suoi romanzi. È un’interpretazione del dispositivo, non una spiegazione unica fornita da Murakami per ogni gatto.

Cos’è un bakeneko e come si distingue da un nekomata?

Entrambi appartengono alle tradizioni giapponesi dei gatti soprannaturali. Il bakeneko è un gatto trasformato o inquietante; il nekomata viene comunemente rappresentato con la coda biforcuta. Caratteristiche e comportamento variano tra versioni, quindi si comprendono meglio nei singoli racconti che come due specie con età, pesi e temperamenti fissi.

Da dove viene il maneki neko portafortuna?

Le origini sono associate a diverse tradizioni del periodo Edo. Gōtokuji racconta di un gatto che invita Ii Naotaka nel tempio prima di un temporale. È un’importante leggenda d’origine, non una data d’invenzione saldamente documentata per l’intera tradizione.

Cosa scrisse l’imperatore Uda del proprio gatto?

In una pagina datata 11 marzo 889, Uda ne lodò aspetto e abitudini. Il paragone con il drago nero descrive il movimento silenzioso, non il verso. La pagina cita anche altri gatti e dice che si occupava di questo da cinque anni: non va scambiata per l’arrivo del primo gatto domestico in Giappone.

Il gatto era sempre il punto

Un imperatore nell’889 scrisse che il suo gatto dormiva in cerchio. Il narratore felino di Sōseki annegò alla fine di un romanzo concluso nel 1906; il gatto vero della famiglia morì nel 1908 e fu pianto per sé stesso. Un poeta si perse e trovò una città di gatti. Un romanziere chiamò il bar come il proprio, poi passò trent’anni a scrivere di uomini in cerca di animali già andati via. Il filo non è il sentimentalismo. In un libro giapponese il gatto è di solito l’unico personaggio che ha un altro posto dove andare, e la storia appartiene alle persone che se ne accorgono troppo tardi.

Traduzione italiana dell’articolo originale in inglese del 2026-08-25. Tradotto il 30 ottobre 2026 con assistenza IA; i riferimenti temporali restano quelli dell’originale.

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