Il 19 agosto 1843 un settimanale di Filadelfia stampò una storia su un uomo che cavava un occhio al suo gatto, lo impiccava a un albero, poi piantava un’ascia nel cranio della moglie e la murava in cantina. Il gatto nero di Poe mantiene viva la possibilità soprannaturale senza lasciare che spieghi via la violenza umana. È una confessione scritta da un uomo destinato a morire la mattina seguente, e assegna all’animale di casa un ruolo devastante nella sua rovina. L’orrore non è soltanto che un gatto possa sapere qualcosa. È che quest’uomo abbia tanto da nascondere.
Indice
- Che cosa succede nel Gatto nero di Poe
- 19 agosto 1843: dove apparve per la prima volta
- Il demone dell’intemperanza: l’alcol nel Gatto nero
- Poe viveva con i gatti e ne aveva già scritto
- Lo spirito della perversità: l’autosabotaggio secondo Poe
- Perché il gatto doveva essere nero
- La nascita del gatto horror sullo schermo
- Domande frequenti
Che cosa succede nel Gatto nero di Poe
Il narratore comincia dicendo di non aspettarsi né chiedere di essere creduto. Il testo del 1843 è disponibile presso la Edgar Allan Poe Society di Baltimora. «Per il racconto più folle, eppure più domestico, che sto per scrivere, non mi aspetto né sollecito credulità». Descrive poi un’infanzia piena di animali e il matrimonio con una donna che condivideva l’abitudine. L’inventario domestico è un piccolo zoo: «Avevamo uccelli, pesci rossi, un bel cane, conigli, una scimmietta e un gatto».
Pluto, l’occhio e l’albero
Il gatto riceve un nome carico di intenzioni. «Pluto, così si chiamava il gatto, era il mio animale e compagno di giochi preferito». Plutone è il dio romano degli inferi, il tipo di battuta che Poe fa senza sorridere. Passano gli anni, il narratore beve sempre di più e una notte torna convinto che il gatto lo eviti. Lo afferra, viene morso alla mano e gli cava un occhio dall’orbita con un temperino.
Il gatto guarisce e comincia a fuggire dalla stanza quando lui entra. È quel ritrarsi a condannarlo. Gli passa un cappio al collo e lo impicca a un albero del giardino, piangendo mentre lo fa e credendo che il gesto possa porre l’anima oltre il perdono. Quella notte la casa brucia. Tutto è distrutto tranne una parete interna, ancora in piedi, con una folla attorno. «Mi avvicinai e vidi, come incisa in bassorilievo sulla superficie bianca, la figura di un gatto gigantesco». Ha una corda al collo.
Il secondo gatto e la cantina
Mesi dopo, in una taverna, trova un secondo gatto nero, quasi gemello di Pluto salvo una macchia bianca sul petto. Lo porta a casa e nota due cose. Primo: «Anche lui, come Pluto, era stato privato di un occhio». Secondo, si convince che la macchia stia assumendo una forma precisa. «Era ormai, dico, l’immagine di una cosa orribile, spaventosa: la FORCA!»
Il gatto non lo lascia in pace. Un giorno, in cantina, gli sferra un colpo d’ascia; la moglie gli ferma il braccio e lui pianta la lama nella sua testa. Mura il corpo in una rientranza dietro il camino, intonaca e dorme bene per la prima volta da mesi. Il gatto è sparito, cosa che considera un regalo. Al quarto giorno la polizia perquisisce la cantina, non trova niente e sta andando via quando lui batte il muro col bastone per vantarsi della muratura. Un urlo risponde attraverso i mattoni. Gli agenti aprono la parete e il cadavere è lì, in piedi. «Sulla sua testa, con la rossa bocca spalancata e l’unico occhio di fuoco, sedeva l’orribile bestia la cui astuzia mi aveva indotto all’assassinio e la cui voce rivelatrice mi aveva consegnato al boia. Avevo murato il mostro dentro la tomba!»
19 agosto 1843: dove apparve per la prima volta
Il gatto nero uscì il 19 agosto 1843 sullo United States Saturday Post, titolo temporaneo del giornale oggi noto come Saturday Evening Post. Poe lo vendette per venti dollari, cifra citata in una lettera del 26 agosto 1843 e documentata nella storia editoriale della Poe Society. Venti dollari per uno dei racconti horror inglesi più ristampati.
Le ristampe furono rapide. L’ecosistema dei giornali era certamente più veloce di una moderna notifica che chieda se l’autore abbia approvato la ripubblicazione. Il Baltimore Sun lo pubblicò il 25 agosto, sei giorni dopo, e la Pensacola Gazette il 16 settembre. Poe lo raccolse nei Tales del 1845; Rufus Griswold lo incluse nelle Works postume del 1850.
Arrivò presto in Europa. Isabelle Meunier lo tradusse per La Démocratie Pacifique nel gennaio 1847; Charles Baudelaire, fondamentale nella ricezione francese di Poe, produsse la propria versione nel 1853 e 1854. Il successo attirò anche scherno: la parodia di Thomas Dunn English «The Ghost of a Grey Tadpole» era già apparsa all’inizio del 1844, come registrano le note editoriali di T. O. Mabbott.
Il demone dell’intemperanza: l’alcol nel Gatto nero
Il narratore indica un colpevole per nome. «Diventai, giorno dopo giorno, più lunatico, più irritabile, più incurante dei sentimenti altrui», scrive; il suo carattere avrebbe «per opera del demone dell’Intemperanza», qui si ferma ad arrossire, «subito un cambiamento radicale in peggio».
Le parole invitano a una lettura temperantista: famiglia felice, bottiglia, rovina, morale. Ma la storia rifiuta un rassicurante racconto di riforma. Il narratore descrive bere, rimorso e nuovi eccessi, poi ricorre alla perversità e al gatto presumibilmente maligno per altre spiegazioni. Al momento dell’omicidio, la causa immediata che descrive è la propria rabbia quando la moglie gli impedisce di colpire l’animale. La bottiglia conta, ma non gli toglie responsabilità.
È una lettura del racconto, non una diagnosi dell’autore. Il bere di Poe e i resoconti ostili su di lui richiedono cautela autonoma; la valutazione delle prove della Poe Society distingue episodi riferiti e attacchi dei nemici letterari. Trattare la confessione di un assassino immaginario come autobiografia di Poe sarebbe un errore.
La coda biografica è già cupa senza renderla una morale ordinata. Il 27 agosto 1849 Poe entrò nella Shockoe Hill Division n. 54 dei Sons of Temperance, a Richmond. La cronologia documentaria colloca dopo, attorno al 22 settembre, l’accettazione della proposta di matrimonio da parte di Elmira Royster Shelton. Poe morì a Baltimora il 7 ottobre, a quarant’anni. Le circostanze restano discusse; non sono l’ultimo capitolo del suo narratore immaginario.
Poe viveva con i gatti e ne aveva già scritto
Tre anni e mezzo prima del racconto horror, Poe pubblicò un breve articolo allegro sulla propria gatta nera. «Instinct vs Reason: a Black Cat» uscì su Alexander’s Weekly Messenger a Filadelfia il 29 gennaio 1840. Sostiene che il confine fra istinto animale e ragione umana sia «di natura assai sfumata» e presenta la gatta come prova.
La prova è una porta. Poe descrive come la gatta azioni un saliscendi: salta da terra al supporto, si tiene con la zampa sinistra, preme con la destra fino a farlo cedere, poi ruota il corpo per portare le zampe posteriori sotto e spinge via dalla porta con tutte le forze. È una scrittura affettuosa e un po’ compiaciuta di chi guarda il proprio animale battere in astuzia un pezzo di ferramenta. L’articolo andò perduto per un secolo e fu ritrovato dal bibliografo Clarence Saunders Brigham, che lo ristampò in un saggio nei Proceedings of the American Antiquarian Society dell’aprile 1942, come conferma la scheda bibliografica.
Un’altra gatta della sua vita fu Catterina, la tartarugata ricordata nei resoconti domestici. Il Poe Museum racconta la sua compagnia e l’aiuto nel tenere calda Virginia. Nell’inverno 1846–47, nel cottage di Fordham dove Virginia Clemm moriva di tubercolosi, i ricordi descrivono una casa che faticava a scaldarla. Catterina le stava sul petto, sotto il vecchio cappotto militare di Poe. Virginia morì nel gennaio 1847. L’autore il cui narratore chiamava un gatto mostro viveva ora con una gatta ricordata come borsa dell’acqua calda.
Lo spirito della perversità: l’autosabotaggio secondo Poe
A metà racconto il narratore interrompe l’azione per proporre una legge psicologica. La chiama spirito della perversità e la definisce «uno degli impulsi primitivi del cuore umano, una delle facoltà primarie indivisibili che danno direzione al carattere dell’Uomo». Sarebbe «questo insondabile desiderio dell’anima di tormentarsi, di fare violenza alla propria natura, di fare il male soltanto per amore del male».
È il motivo che offre per impiccare Pluto. Non rabbia, non paura. Uccide il gatto perché è imperdonabile, ed è proprio l’imperdonabilità ad attrarlo. L’idea piacque a Poe abbastanza da costruirci due anni dopo un intero saggio-racconto: «The Imp of the Perverse», su Graham’s Magazine nel luglio 1845, dove definisce la perversità «un sentimento radicale, primitivo, irriducibile» che l’analisi non può toccare.
È una mossa sorprendentemente moderna. Poe esplora l’autosabotaggio decenni prima della psicoanalisi e lo mette in bocca a un uomo di cui non puoi fidarti: il trucco è tutto lì. Abbiamo analizzato il meccanismo nella guida al narratore inattendibile (in inglese). Quello del Gatto nero è il caso da manuale: chiede di leggere la confessione come un referto medico, e il referto continua a condannarlo.
Perché il gatto doveva essere nero
Poe mette la superstizione in bocca alla moglie e la lascia sospesa. «Parlando della sua intelligenza, mia moglie, in fondo non poco incline alla superstizione, alludeva spesso all’antica credenza popolare secondo cui tutti i gatti neri erano streghe travestite».
Il narratore la liquida subito, e il racconto non la conferma mai. Quel rifiuto è il motore. Offre spiegazioni concorrenti: una chimica proposta dal narratore per l’immagine nell’intonaco, mentre la macchia che cambia può essere letta come proiezione della paura. L’urlo può appartenere a un normale animale intrappolato. Ma tutto arriva attraverso l’uomo che racconta, comprese le rassicurazioni. Poe ti porge entrambe le letture e se ne va. Il nero gli dà associazioni già pronte, senza obbligare a credere ai sospetti soprannaturali del narratore.
Il folklore non è una storia universale e ininterrotta di paura dei gatti. Ne abbiamo ricostruito mutamenti e contraddizioni nella storia delle superstizioni sui gatti neri (in inglese). Ruoli religiosi e mummie animali discussi nei gatti nell’antico Egitto (in inglese) appartengono a un altro contesto, non a una semplice età dell’oro prima della superstizione generale. A Poe basta abbastanza folklore da far puntare al narratore il dito contro l’animale.
La nascita del gatto horror sullo schermo
Il gatto nero ha ispirato numerose versioni cinematografiche, parecchie con un’abitudine comune: tengono il titolo e buttano via la trama.
The Black Cat della Universal (1934), diretto da Edgar G. Ulmer, riunì Boris Karloff e Bela Lugosi per la prima volta e non ha quasi niente a che fare con ciò che scrisse Poe. Il programma del restauro veneziano lo indica come il maggior successo Universal dell’anno e il primo di otto film della coppia. La grammatica visiva veniva dalla Germania, non da Baltimora, come raccontato nel pezzo sull’espressionismo tedesco (in inglese).
Roger Corman si avvicinò di più con Tales of Terror (1962), quarto film degli otto dedicati a Poe per AIP. Il segmento centrale salda Il gatto nero al Barile di Amontillado, con Vincent Price e sceneggiatura di Richard Matheson, conservando il finale murato. Lucio Fulci realizzò Black Cat: Gatto nero nel 1981, spostando la storia in un villaggio inglese e dando a Patrick Magee un gatto che uccide a comando psichico. Dario Argento tornò al racconto nella sua metà di Due occhi diabolici (1990), con Harvey Keitel fotografo di scene del crimine con problemi d’alcol, accanto al segmento di George A. Romero da «La verità sul caso di Mr. Valdemar».
Il filo conduttore è l’animale testimone. Qui è utile leggere il gatto di Poe come testimone davanti a un assassino che non sopporta di essere conosciuto. È il fascino delle scene in cui un animale fissa un angolo vuoto e al pubblico si gelano le braccia, lo stesso riflesso analizzato in perché ci viene la pelle d’oca (in inglese). Un’inquietudine affine compare nell’horror found footage (in inglese) e negli angoli più strani della weird fiction (in inglese).
Domande frequenti
Quando fu pubblicato Il gatto nero?
Il 19 agosto 1843, sullo United States Saturday Post, nome temporaneo del Saturday Evening Post. Poe ricevette venti dollari. Fu raccolto nei Tales nel 1845.
Come si chiama il gatto del racconto?
Il primo è Pluto, dal dio romano degli inferi. Il secondo non ha nome: quasi gemello di Pluto, privo di un occhio, con una macchia bianca sul petto che il narratore interpreta come una forca.
È un racconto a favore della temperanza?
Si può leggere in rapporto alla letteratura temperantista: il narratore attribuisce esplicitamente la propria degradazione all’intemperanza. Ma invoca anche perversità e gatto, e non c’è riforma o redenzione. Le spiegazioni mutevoli contribuiscono all’inattendibilità; non producono una sola morale condivisa.
Edgar Allan Poe aveva un gatto nero?
Sì. Ne scrisse in «Instinct vs Reason, A Black Cat» su Alexander’s Weekly Messenger il 29 gennaio 1840, descrivendo come aprisse una porta a saliscendi. Aveva anche una tartarugata chiamata Catterina.
Che cosa significa «spirito della perversità»?
È il termine di Poe per l’impulso a fare qualcosa proprio perché è sbagliato. Nel racconto lo definisce «l’insondabile desiderio dell’anima di tormentarsi»; ampliò l’idea in «The Imp of the Perverse», su Graham’s Magazine nel luglio 1845.
Il gatto era sempre il punto
Poe scrisse una storia in cui un uomo distrugge la propria casa e incolpa una bottiglia, una superstizione e infine un animale. Moglie e animali soffrono; le spiegazioni tentano continuamente di spostare la colpa. Venti dollari nel 1843 comprarono un’immagine durevole dell’orrore: l’animale che guarda, il delitto che non resta murato, la voce nella parete. Anni dopo una gatta vera avrebbe aiutato a scaldare la moglie morente di Poe. Il contrasto non è una chiave segreta del racconto, ma è una buona ragione per diffidare dell’assassino quando insiste che il mostro sia l’animale.
Traduzione italiana dell’articolo originale in inglese del 2026-09-03. Tradotto il 30 ottobre 2026 con assistenza IA; i riferimenti temporali restano quelli dell’originale.




